mercoledì 31 marzo 2010

La Residenza del Diavolo





LA
RESIDENZA
DEL
DIAVOLO
di
Massimo Spada


Premessa

Chiedo scusa ai lettori, per i toni crudi di questa storia.
Non perché io mi vergogni di ciò che scrivo, anzi, la mia mente riesce a vedere e dire cose e frasi peggiori. Solo che a volte mi dimentico che un giorno, (spero presto), quello che ho scritto verrà letto da qualcuno. Io scrivo solo ed esclusivamente per me stesso, non cerco l’ approvazione di nessuno, percui, se siete persone dolci, affettuose e buone, non potrete apprezzare certamente la crudeltà e la cattiveria di questo manoscritto.
Non accusatemi di sadica crudeltà!
Il mondo in cui viviamo è corrotto e crudele. Anche se gli uomini si ostinano a trovare delle scuse a questo stato di cose, io, non ne trovo di plausibili: nessuna può essere accettata. Ad ogni modo, ognuno è libero di pensarla come meglio crede.
Tutta l’opera è di pura fantasia; non esistono prove che ciò di cui tratta sia vero. Non ho mai incontrato personaggi simili nella realtà, e del resto sarebbe impossibile per uno come me credere ai “Demoni”. Io sono “Ateo”, non accetto l’esistenza né di “Dio”, né del “Diavolo”.Queste sono creature fantastiche che le credenze e le paure degli uomini hanno alimentato nell’arco dei secoli, e così sarà per sempre, finché ci sarà l’uomo sulla terra, finché ci saranno la fantasia e la paura, finché il tempo non deciderà di fermarsi e la terra di esplodere.
La vicenda si svolge nel nostro tempo perché possa assumerne il fascino particolare, ma certo non mancheranno riferimenti al passato, seppur inventati, per dare quel sapore antico al quadro moderno da me dipinto, spero, con la stessa abilità e arte degli scrittori di cui ho letto ed ammirato tanto le opere.
Ma questo lo lascio giudicare a voi, amici miei. Mi auguro che siate onesti, quanto lo sono stato io con i miei predecessori.
Buona lettura… Buona paura!… o emozione.


13/11/2001
Massimo Spada




Prologo

“Satana”, seduto sul suo trono, guarda soddisfatto giungere i suoi nove “Re”, ed i prescelti che verranno mandati sulla terra per principiare l’opera di conquista del male.
Il primo dei suoi re, “Lucifero” (Il Portatore di Luce), è quasi giunto all’altare di pietra dove avverrà il rito sacrificale; dietro di lui, “Iblis” e “Qatesh”. Il principe “Iblis” (L’Insidioso), col suo sguardo triste e gli occhi colmi di lacrime, la sua bellezza pari a quella di “Lucifero”, sembra docile e indifeso ad un occhio inesperto.
“Satana” sa che non è così: ha scelto lui perché ne conosce le insidie.
La marchesa “Qatesh” (L’Amante Malefica) avanza accanto al principe, bellissima e sinuosa come non mai; il lungo vestito rosso, con due singolari scollature che lasciano scoperte le spalle bianche e perfette, e, lasciando intravedere i seni fiorenti, scendono sul piatto ventre fino all’ombelico, fino alla fine della spina dorsale, scende come una fascia sui fianchi e sulle lunghe cosce, visibili per gli esorbitanti spacchi sui lati.
Dietro di loro, disposti in due file parallele, gli altri otto “Re”: Belzebù (Il Signore delle Mosche), Asmodeo (Il Serpente), Astarotte (Il Menzognero), Belfagor (Il Sole Putrescente), Baal (Il Guerriero), Mefistofele (L’Astuto), Adramelek (Il Tristo Consigliere) e l’unica regina, Lilith (La Grande Madre).
Il resto della corte è sparso a destra e a sinistra del corteo centrale. Oggi è un giorno di festa per tutti loro.
Finalmente il corteo arriva all’altare di pietra posto ai piedi di “Satana”. “Lucifero” si prostra di fronte al suo Signore, poi volta le spalle per prendere posto davanti all’altare, rivolto alla corte. Quindi, con gesti solenni, riceve dalle mani di due suoi subalterni il primo dei sette agnelli sacrificali. Si volta nuovamente verso “Satana” ed innalza sopra la sua testa l’agnello. Resta così immobile, aspettando l’approvazione dell’Imperatore a continuare il rito; dopo un suo cenno d’assenso, si rivolge nuovamente ai due prescelti, depone sull’altare l’animale, ne lega le zampe con una catena e, preso il pugnale con l’elsa di osso umano, che serve per i sacrifici infernali, lo affonda lentamente nel ventre dell’agnello, squarciandolo fino al petto, poi ne allarga le parti per far uscire meglio il sangue, che scorre caldo sulla pietra fino a giungere alle sue estremità e stilla qualche goccia per terra.
“Satana” osserva senza battere ciglio: vuole accertarsi che i suoi prescelti siano adatti all’impresa che devono compiere.
Ma né “Iblis” né “Qatesh” sembrano vacillare, almeno non per ora.
“Lucifero” continua imperterrito a celebrare il rito. Dopo aver liberato l’altare dai resti dell’animale, passa al secondo agnello. La scena si ripete fino al settimo: ora la pietra è sommersa dal sangue.
“Lucifero”, con voce forte e chiara, guardando i due prescelti, continua il rito e declama:
- Cerchio di Fuoco!… Battesimo di Sangue!… Il settimo agnello è stato sgozzato… Il libro della vita mi si apre davanti e vedo città allagate dal sangue… Uomini che vendono i loro simili per niente… Madri che sgozzano i propri figli e ne bevono il sangue ancora caldo, per puro divertimento… La terra ci appartiene, siamo i padroni di tutto… E’ arrivato il tempo di popolare il mondo con la bellezza e la supremazia del Male… dominarlo con il terrore… Siete disposti a cominciare l’opera, e a portare a buon profitto il compito che vi è stato assegnato?… Ricordate che… Il male che gli uomini fanno non muore mai… Non dovete avere nessuna pietà per loro, poiché loro non ne avrebbero per voi, se scoprissero chi siete e da dove venite… Allora?… Rispondete al vostro Signore. -
- Non avremo nessuna pietà per quelle genti… Gli umani non sono come noi… Sono esseri impuri… inutili vite che esistono solo per essere torturate e spezzate… sono i nostri giocattoli, che distruggeremo quando ci saremo stancati di giocare… -
“Satana” sorride e guarda soddisfatto “Iblis” e “Qatesh” formulare il giuramento sull’altare satanico.
Partiranno dagli Inferi per insediarsi nel corpo di due bimbi umani e soggiornare sulla terra fino a che, al loro prossimo incontro, come esseri umani, inizieranno il rito previsto di sacrifici, lussuria e crudeltà che aprirà le nove porte dell’inferno, ubicate sulla terra, per permettere agli altri demoni di raggiungerla, per seminare il terrore, l’odio e la sete di sangue tra gli uomini.
“Satana” è contento di “Lucifero”, il primo dei suoi “Re”, a cui ha dato il compito di dirigere il rito. Questi, mentre ubbidisce al suo “Imperatore”, guarda serio “Iblis”, uno dei nove principi dell’Inferno, colui che spesso per l’aspetto bellissimo viene scambiato con “Lucifero”. Il re non ha dubbi che questi riuscirà a portare a termine l’impresa.
“Iblis” ha modi così dolci e piacevoli e saprà insegnare la “Dolcezza del Male e il Piacere del Delitto” agli uomini, a cui sono già propensi per natura. Del resto la sua compagna, “Qatesh”, la marchesa della corte di “Satana”, non sarà da meno: è una donna bellissima, dai lunghi e neri capelli fluttuanti, gli occhi verdi e furbi; il miele delle sue parole riesce ad instillare in chi lo beve il desiderio incontrollabile di diventare un Demone. Entrambi hanno tutte le carte in regola per portare a buon fine il compito che è stato affidato loro.
No ci sono dubbi: questa volta la terra sarà nelle mani di “Satana”, e “Dio” non potrà fare nulla per salvare quegli inetti umani che, tanto buoni a parole, sono sempre pronti a colpire chi stia loro accanto.
Un ghigno appare sul volto di “Satana”. Sa benissimo che questa volta l’inganno da lui ordito scuoterà ferocemente la terra. Gli uomini amano fare il “Male”, basta dar loro la spinta giusta e sgravarli dai rimorsi.
“Lucifero” continua il rito.
- Cosa vi chiede “Satana”, in cambio della fiducia che vi accorda e del favore che vi fa permettendovi di andare sulla terra e di rimanervi per un po’ di tempo? -
- Ci chiede di trascorrere i primi anni una vita normale. come esseri umani, finché non ci saremo rincontrati… Quando ciò sarà avvenuto, ci chiede di instillare il seme del male negli uomini di tutte le nazioni della terra, affinché si possano riaprire le nove porte infernali ed Egli possa regnare sovrano fra quegli agnelli sacrificali che aspettano solo di essere sgozzati! – rispondono all’unisono “Iblis” e “Qatesh”. I loro occhi mandano lampi rossi e sui loro volti si legge chiaramente il desiderio di sangue.
Ora anche “Lucifero” sorride soddisfatto, come il suo “Imperatore”.
Il tempo è giunto.
“Iblis” e “Qatesh” s’inginocchiano davanti all’altare, su cui l’ultimo agnello è stato appena sgozzato, ed insieme iniziano a leccare la pietra sporca di caldo sangue. Le loro belle labbra si colorano di porpora. Con le dita se ne ridisegnano i contorni. Poi, la loro attenzione si rivolge di nuovo all’altare, si inginocchiano e leccano il sangue con voluttà fino a che le loro bocche s’incontrano, ed ognuno inizia a lambire il viso sporco di sangue dell’altro.
- Basta così!!! – intima “Satana” – Ora dovete andare… Aspetterò il compimento della vostra missione… Non deludetemi! -
Sì, mio Signore! – è la risposta di entrambi.


* Si avvertono i lettori che questa è un opera di fantasia, ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

sabato 2 gennaio 2010

QUELL'UNO NELLO SPECCHIO



QUELL'UNO NELLO SPECCHIO
(Scritta da Michael Jackson)

Volevo cambiare il mondo, così un giorno mi alzai e mi guardai allo specchio.
-"Non c'è più tempo.
La terra sta soffrendo.
I bambini muoiono di fame.
Le nazioni sono divise dall'odio.
L'acqua e l’aria sono inquinate gravemente.
Fa’ qualcosa!”, mi disse l'immagine riflessa nello specchio.
Era tutto un caos, una tragedia, un disastro.
Anch’io la pensavo così.
Non ero forse terrorizzato anch’io, come lui, da tutto ciò?
Il pianeta continuava ad essere sfruttato e gettato via.
Mi venne il panico ad immaginare che alla vita terrestre poteva rimanere una sola generazione.
Non mi fu difficile trovare brava gente che, come me, voleva risolvere i problemi del pianeta.
Quando ascoltai le loro proposte, pensai, ‘C’è tanta buona volontà, qui, tanto interesse.
La notte, prima di andare a letto, l’immagine nello specchio aveva lo sguardo serio.
-“Si potrebbe fare veramente qualcosa”, mi disse, “se ognuno facesse la sua parte”.
Ma non tutti fanno la loro parte.
Alcuni la fanno, ma riusciremo a fermare la corrente?
Davvero il dolore, la fame, l’odio e l’inquinamento stavano per essere risolti?
Non bastava desiderare di cambiare il mondo per risolvere i problemi, lo sapevo.
Quando, il mattino dopo,mi alzai, l’immagine nello specchio sembrava confusa.
-“Forse non c’è speranza”, sospirò.
Il suo sguardo si fece ambiguo, poi sollevò le spalle. “Ma io e te sopravvivremo. Almeno noi stiamo bene”.
Mi sentii strano sentendolo parlare così.
Qui c’era qualcosa di molto sbagliato.
Mi venne un sospetto: e se quello nello specchio non fossi io?
Si sente separato da me.
Vede i problemi là fuori, ma non gli interessa se verranno risolti o no.
Lui continua per la sua strada.
Ma io non sono d’accordo, non sento quei problemi là fuori.
Li sento dentro di me.
Un bambino che piange in Etiopia, un gabbiano che si strugge immerso nel petrolio
un gorilla di montagna inseguito dai cacciatori
un giovane soldato che trema di paura sotto il rombo dei caccia
Non avvengono forse anche in me quando vedo e sento queste cose?
La volta successiva, quando guardai lo specchio, l’immagine stava sparendo.
Dopo tutto si trattava solo di un’immagine.
Era la figura di una persona sola, rinchiusa in un assemblato di pelle e ossa.
-“Davvero credevo fossi me?”, iniziai a chiedermi.
Io non sono così separato e spaventato.
Il dolore della vita mi tocca, ma la gioia della vita è molto più forte.
E basterà lei per guarire.
La vita cura la vita, e il meglio che possa fare per la terra è essere il suo figlio amoroso.
L’immagine nello specchio iniziò a vacillare.
Non aveva mai pensato all’amore.
Era molto più facile vedere i problemi, perché amore significa prima di tutto essere onesti con se stessi. Ahi!
-“Amico”, sospirai, “credi che qualsiasi problema possa essere risolto senza amore?”.
-“È forse l'amore più reale del dolore?”, chiese lui
-“Non ne sono sicuro. Ma può darsi. Scopriamolo!”, dissi.
Con un sorriso toccai lo specchio.
“Non dobbiamo essere più soli. Vuoi essere il mio compagno? Sento che sta per iniziare una danza. Vieni”.
L'immagine allo specchio sorrise timidamente.
Iniziava a capire che potevamo essere veri amici.
Potevamo essere più in pace, più amorevoli, più onesti con noi stessi.
Può questo cambiare il mondo?
Penso di sì, perché Madre Terra vuole la nostra felicità e vuole essere amata.
Ha bisogno di gente forte al suo fianco, il cui coraggio nasca dalla consapevolezza di essere una parte di lei, come un bambino ha il coraggio di camminare perché sa che sua madre è pronta a prenderlo.
Quando quell’immagine allo specchio ed io siamo pieni d'amore, non c'è spazio per la paura.
Quando eravamo spaventati e in preda al panico, non riuscivamo più ad amare questa nostra vita e la terra.
E ci separavamo.
E poi, come può qualcuno che è diviso correre in aiuto della terra?
La terra sta cercando di comunicarci i suoi bisogni, ma noi non l’ascoltiamo e finiamo per aver paura.
Una cosa so per certo: quando sono consapevole di essere figlio della terra, non mi sento solo.
Finché so che tutte le cose viventi sono in me, non ho bisogno di appigliarmi alla mia sopravvivenza.
I bambini e il loro dolore, i bambini e la loro gioia.
L’oceano rigonfio sotto il sole, l’oceano che piange petrolio nero.
Gli animali terrorizzati dalla caccia, gli animali che scoppiano di pura gioia di essere vivi.
Questo senso del mondo in me è ciò di cui ho bisogno.
Quello nello specchio ha ancora dei dubbi ogni tanto.
Così io cerco di essere amorevole con lui.
Ogni giorno tocco lo specchio e sussurro, “Oh, amico, sento la danza. Vuoi essere mio compagno? Dai”.

sabato 17 ottobre 2009

Will You Be There



Will You Be There

Hold me
Like the river Jordan
And I will then say to thee
You are my friend
Carry me
Like you are my brother
Love me like a mother
Will you be there?
When weary
Tell me will you hold me
When wrong, will you mold me
When lost will you find me?
But they told me
A man should be faithful
And walk when not able
And fight til the end
But I'm only human
Everyone's taking control of me
Seems that the world's
Got a role for me
I'm so confused
Will you show to me
You'll be there for me
And care enough to bear me
(Hold me)
(Lay your head lowly)
(Softly then boldly)
(Hold me)
(Love me and feed me)
(Kiss me and free me)
(I will feel blessed)
(Carry)
(Carry me boldly)
(Lift me up slowly)
(Carry me there)
(Save me)
(Heal me and bathe me)
(Softly you say to me)
(I will be there)
(Lift me)
(Lift me up slowly)
(Carry me boldly)
(Show me you care)
(Hold me)
(Lay your head lowly)
(Softly then boldly)
(Carry me there)
(Need me)
(Love me and feed me)
(Kiss me and free me)
(I will feel blessed)
In our darkest hour
In my deepest despair
Will you still care?
Will you be there?
In my trials
And my tribulations
Through our doubts
And frustrations
In my violence
In my turbulence
Through my fear
And my confessions
In my anguish and my pain
Through my joy and my sorrow
In the promise of tomorrow
I'll never let you part
For you're always in my heart

TRADUZIONE
Stringimi
come il fiume Giordano
e così allora ti dirò
che sei un mio amico
portami
come se fossi mio fratello
amami come farebbe una madre
ci sarai?
stancare
dimmi, mi stingerai a te?
quando sbaglio, mi darai direzione?
quando sono smarrito, mi troverai?
ma mi hanno detto
che un uomo dovrebbe essere fedele
e dovrebbe camminare anche se non può
e combattere fino alla fine
ma sono solo umano
tutti mi stanno controllando
sembra che il mondo
abbia un ruolo per me
sono così confuso
mi farai capire
sarai lì per me
e ti occuperai abbastanza da sopportarmi?
(stringimi)
(abbassa la testa)
(gentilmente)
(portami là)
(stringimi)
(amami e nutrimi)
(baciami e liberami)
(mi sentirò come benedetto)
(portami)
(portami con decisione)
(sollevami lentamente)
(portami là)
(salvami)
(guariscimi e lavami)
(dimmi dolcemente)
(ci sarà)
(sollevami)
(sollevami lentamente)
(portami con decisione)
(dimostrami che mi ami)
(stringimi)
(abbassa la testa)
(dolcemente poi con decisione)
(portami là)
(abbi bisogno di me)
(amami e nutrimi)
(baciami e liberami)
(mi sentirò come benedetto)
nei momenti più bui
nella mia disperazione più profonda
mi vorrai ancora bene?
ci sarai?nelle mie difficoltà
nei dubbi e nelle frustrazioni
nella mia violenza
nella mia turbolenza
nella paura e nelle mie confessioni
nell'ansia e nel dolore
attraverso la mia gioia ed il mio dolore
nella promessa di un altro giorno
non ti permetterò mai di andartene
perchè sei sempre nel mio cuore

P.S. Questa è la mia canzone preferita di Michael Jackson!

giovedì 1 gennaio 2009

01/ 01/ 2009



Ecco che l'alba giunge silenziosa e misteriosa per illuminare il primo giorno di questo Anno che nasce, auguro a tutti quelli che visiteranno il mio blog che il 2009 vi porti tutta la pace e la serenità che ogni cuore anela!
Mennon Israim Gome da Massimo Spada!

venerdì 12 settembre 2008

Capodanno Blue




Capodanno Blue


- “ In quella che fuggì settimana veritiera… si contò tre venerdì… allora c’era… c’era… c’era una volta… ” -
Daisy sorrise tristemente. Ricordava bene la voce della sua mamma, cominciava sempre con quella frase le fiabe che le raccontava quando stava ancora a casa con lei.

I parenti e suo padre, quando lei chiedeva dov’era la mamma, le rispondevano che lei era un angelo e che si trovava accanto a “Dio”, ma Daisy sapeva benissimo che la sua mamma era morta.
Ormai erano passati quasi sette mesi da quando aveva sbirciato nella stanza della mamma per vedere come stava. I suoi occhi innocenti avevano visto un viso pallido e smunto: la bellezza che prima aveva tanto ammirato nella sua mammina quel giorno non c’era più. Era a letto, magra e spaventata, non aveva neppure la forza di parlare. Daisy aveva guardato con orrore il corpo morente della madre, nascosta dietro un angolo per non essere vista.
Era stato un attimo, mentre l’infermiera aveva aperto la porta per chiamare suo padre e aveva atteso che lui giungesse. Aveva tenuto la porta appena un poco aperta e aveva visto sua madre. Poche ore dopo era morta, e suo padre era andato da lei per dirle che la sua mamma era dovuta andare via, che per un poco non sarebbe tornata. Ma lei aveva capito che ormai se n'era andata via per sempre.

Adesso era l’ultimo giorno dell’anno. Suo padre era fuori Londra per lavoro, almeno questo era quello che diceva. Da quando la mamma era morta stava a casa il minimo indispensabile, faceva sempre viaggi di lavoro e a lei badava una vecchia zia di suo padre.
Quel natale era stato freddo e vuoto. Daisy si era sentita sola e abbandonata in quella grande casa vittoriana. Quando arrivava la vigilia di Natale, la mamma le dava il permesso di restare sveglia fino alla mezzanotte per aspettare la nascita del bambin Gesù, ma quella vigilia era stata molto diversa. La zia era vecchia e non aveva voglia di aspettare la mezzanotte, suo padre non c’era e lei era stata mandata a letto subito dopo cena.
Daisy aveva protestato dicendo che ormai non era più una bambina e che voleva aspettare come gli altri anni l’arrivo del bambinello, ma la zia era stata irremovibile.
- Tu sei ancora una bambina! – aveva detto con malagrazia la zia – Credi che basti avere undici anni per essere una signorina? -
Daisy si era rassegnata e alla fine del pasto serale era salita subito in camera sua e aveva aspettato sveglia la mezzanotte, versando lacrime amare sul cuscino.

Adesso sembrava che la vigilia del nuovo anno in arrivo dovesse svolgersi allo stesso modo. Suo padre non era tornato neppure per quella festa e la zia non sembrava volerle concedere neppure di aspettare l'anno nuovo.
Daisy però questa volta non disse nulla, e alla fine del pasto serale come la volta precedente ( e come tutte le sere da quando la zia viveva in casa loro ) si alzò da tavola, salutò con grazia la zia e si apprestò a salire in camera. La zia sorrise compiaciuta e Daisy ebbe voglia di urlarle contro che era una vera ingiustizia mandarla in camera sua anche quella sera, ma non disse nulla. Chinò la testa e guardò il tappeto che c’era sotto i suoi piedi, augurò la buona notte alla zia con freddezza e poi lasciò la stanza da pranzo.
Mentre abbattuta saliva le scale per andare in camera sua le lacrime rigavano il suo bianco viso da elfo e fu in quel momento che le sembrò di udire una voce sussurrarle all’orecchio: - “ In quella che fuggì settimana veritiera… si contò tre venerdì… allora c’era… c’era… c’era una volta… ” –
Si voltò di scatto alla sua destra, ma accanto a lei non c’era nessuno. Eppure era certa di aver sentito la voce della sua mamma pronunciare quella frase.
Da quella parte, in fondo al corridoio del piano di sopra, c’era la stanza da letto dei suoi genitori. Da sette mesi era chiusa e nessuno ci metteva piede, a parte le cameriere per pulire una volta a settimana, e poi veniva nuovamente chiusa.
Ma quella sera Daisy aveva tanta voglia di andare a rifugiarsi in quella stanza, sperando di sentire ancora la presenza di sua madre e così, senza starci tanto a pensare, vi si diresse lentamente. Con gesti furtivi vi si introdusse sperando di non essere stata vista da nessuno.
Le tende erano chiuse percui non filtrava neppure la pallida luce della luna. La stanza era immersa nell’oscurità e per un attimo Daisy ebbe paura, ma poi si fece forza e premette l’interruttore. La bianca luce artificiale le ferì gli occhi che lei copri con le mani per qualche attimo poi, lentamente, abbassò le braccia e si guardò intorno. Sembrava tutto così diverso adesso che i suoi genitori non erano lì: l’ambiente era così freddo, quasi anonimo; non c’era il tocco personale della sua mamma che con la sua sola presenza riusciva a riscaldare il cuore di Daisy.

Daisy fece qualche passo verso la toletta bassa dove la sua mamma si truccava quando doveva uscire. Lentamente spostò lo sgabello e vi si lasciò cadere stancamente, prese la spazzola e si lisciò distrattamente i capelli sperando di scorgere la mamma nello specchio di fronte a se. Ma lei non apparve e Daisy scorse nello specchio solo l’immagine del suo pallido viso con gli occhi pieni di lacrime, quei grandi occhi neri che tutti dicevano che erano come quelli di sua madre.

- “ In quella che fuggì settimana veritiera… si contò tre venerdì… allora c’era… c’era… c’era una volta… ” –

Ancora quella frase!
Era lei che la immaginava oppure qualcuno con la voce di sua madre gliela sussurrava all’orecchio?
Eppure Daisy la sentiva bene, come se qualcuno fosse dietro di lei e le rivolgesse quella frase per farle capire qualcosa di importante. Ma cosa?
Daisy non riusciva proprio a comprendere. A quel punto c’era da chiedersi se non stesse diventando matta! Scacciò quel pensiero con un movimento rapido della testa, poi ripose la spazzola sulla toletta e stava quasi per alzarsi dallo sgabello quando si ricordò che nel cassettino della toletta la mamma teneva i propri gioielli. Daisy non era molto vanitosa, ma la mamma aveva una collana che aveva per ciondolo uno zaffiro a forma di goccia che a lei piaceva tanto. Ormai era più di un anno che non vedeva quel gioiello e sicuramente doveva essere ancora lì nel cassetto della toletta.
Perché non guardarci dentro?
In fondo era della sua mamma e lei prima lo vedeva spesso!

Aprì il cassetto e subito lo vide. Era lì, splendido come sempre, brillante di fredda luce blue che abbagliava e rapiva gli occhi e il cuore di chi lo guardava.
Daisy sorrise, il primo sorriso sereno dopo sette mesi di pallidi sorrisi di circostanza. Con mano tremante prese il gioiello dal cassetto per ammirarlo meglio poi, spinta da una forza strana che non riusciva a decifrare, se lo mise al collo e si ammirò allo specchio.

- “ In quella che fuggì settimana veritiera… si contò tre venerdì… allora c’era… c’era… c’era una volta… ” –

Daisy sussultò: ancora quella voce che diceva quella frase!
Quella frase la conosceva solo sua madre, anche perché il libro dove l’aveva letta la riportava leggermente diversa, quindi anche se qualcun altro l’avesse letta non avrebbe potuto conoscere le modifiche che vi aveva apportato sua madre.
Quindi quella voce come poteva conoscerla?
Daisy non riusciva a spiegarsi quello strano mistero. Si specchiò ancora una volta, alla ricerca quasi disperata di una compagnia, ma lo specchio le mostrò solo il suo visino pallido e addolorato. Daisy distolse lo sguardo dallo specchio e prendendo fra le mani lo zaffiro sorrise. I suoi occhi ammiravano il gioiello come se quella fosse la prima volta che lo vedeva.
D’un tratto lo zaffiro cominciò a brillare. Dapprima era una pallida luce blue ma pian piano divenne sempre più abbagliante, fino ad avvolgerla quasi completamente.
Daisy ebbe un attimo di paura, ma poi, dentro la luce trovò quella pace e serenità che era andata a cercare in camera di sua madre e si rilassò completamente.

_ “ Il grande salone delle feste che ormai da più di un anno non veniva utilizzato era ora inondato dalla luce dei due grandi lampadari di cristallo. I pendagli dei lampadari colpiti dalla luce mandavano bagliori sfavillanti, la musica di un valzer dilagava nel salone e molte coppie danzavano al centro della sala, sulle note di “Rose del Sud” di Strauss.
Daisy era ancora sull’uscio del salone, osservava meravigliata tutto quello scintillio di luci e colori. Si guardava intorno alla ricerca di qualche volto conosciuto, ma fra quella gente non c’era nessun viso che Daisy ricordasse: erano tutte persone che lei non aveva mai visto in vita sua.
Ma chi era quella gente? E cosa ci faceva in casa sua?

Daisy abbassò lo sguardo sul suo vestito e… MERAVIGLIA!
Aveva un bellissimo abitino azzurro, ricoperto di piccoli strass che brillavano quando la luce li colpiva. Il corpetto era stretto fino alla vita da dove una cascata di tulle e veli arrivava fino alle caviglie. Le maniche di leggerissimo velo azzurro si fermavano morbide sui polsi piccoli della bambina.
Sul suo collo brillava la collanina di sua madre in oro bianco con lo zaffiro a forma di goccia.
- Signorina, non vuole entrare nel salone? – la voce di uno dei camerieri che giravano per il salone la riscosse.
- Io?… Posso entrare nel salone? – chiese sorpresa.
Quando c’erano feste da ballo i suoi genitori non le avevano mai permesso di parteciparvi, forse perché era troppo piccola a quel tempo.
- Certo che può! Anzi, deve entrare… questa festa è in suo onore, signorina Daisy! Non si ricorda?… -
- Cosa dovrei ricordare? – chiese Daisy sempre più sorpresa.
Improvvisamente la musica tacque e tutti gli ospiti si girarono verso di lei. Daisy arrossì dalla punta dei piedi fino alla radice dei capelli. Sollevò il viso appena in tempo per vedere gli ospiti aprire un corridoio nel salone. In fondo si trovava una bella signora vestita di blue con i capelli d’argento che le fece segno di raggiungerla.
Con passi incerti Daisy si avviò verso la signora e più si avvicinava più il suo cuore accelerava i battiti, aveva le mani sudate e la gola secca.
Cosa stava succedendo nel salone di casa sua?
Chi era tutta quella gente?
- Ciao Daisy! – la saluto la signora dai capelli d’argento – Io mi chiamo Rose, sono lo spirito della rosa bianca che c’è nel tuo balcone… Sono giorni che ti sento piangere, ti ho sentita mentre chiedevi di vedere una delle feste di capodanno che organizzava tua madre… e insieme a degli amici abbiamo pensato di farti una sorpresa. In cambio tu dovrai fare una cosa per noi… -
- Lo sapevo che dietro a tutto questo c’era un trucco… Io non posso fare nulla per nessuno… -
- Non preoccuparti, questa è una cosa che puoi fare se lo vuoi! In cambio avrai la più bella festa di capodanno che tu possa ricordare negli anni. -
Rose sorrideva e guardava Daisy dritto negli occhi, voleva che la piccola si fidasse e lasciasse ad un altro momento la diffidenza.
- Da quel che vedo, state cercando di fare il possibile per rendere questa casa luminosa… ma senza la mia mamma che dirige la festa, manca qualcosa d’importante… la sua vigile presenza! -
- Mi dispiace, la sua presenza non posso fartela avere… vorrei poterlo fare, ma non sono io che posso farla tornare da te… e forse nel mondo non c’è nessuno che possa fare questo miracolo. In fondo, lei è sempre con te finché tu la penserai. Resterà nei tuoi ricordi più cari fin quando vorrai. -
- Immagino che lei abbia ragione! Anche a scuola le maestre me lo dicono… - disse Daisy.
- Perché è così. La vita continua, malgrado tutto. Anche quando siamo convinti che per noi più niente conti, ecco che sorge sempre l’istinto di sopravvivenza dell’uomo e trova qualcosa a cui aggrapparsi fino a che il dolore non viene addolcito dal tempo. Sarà così anche per te. Adesso ti senti molto sola e impaurita, guardi al domani con apprensione, ma presto il tempo e le esperienze ti aiuteranno a crescere e a vedere le cose diversamente. Ma adesso non è il caso di pensarci, questa sera festeggerai l’ultimo giorno dell’anno con gioia, senza paure ne tristezze. -
- E cosa volete che faccia in cambio di tutta questa luce che avvolge la mia casa? - chiese Daisy timorosa.
- Nulla per adesso! Cerca di divertirti e non pensare a nulla, più tardi saprai tutto! – rispose Rose con un candido sorriso sulle labbra.

Daisy non se lo fece ripetere due volte, tutto quello che vedeva intorno a se era gioioso e sfavillante. Le sembrava di vivere dentro un sogno, la musica, la gente, le luci, tutto era troppo bello per essere vero.
Daisy danzava sulle note dei più bei valzer del repertorio di Strauss, senza pensare a nulla, felice come non lo era stata da molto tempo. Poi, improvvisamente, tutto intorno a lei si fermò. La musica, lo sfavillio delle luci, la gente che danzava... tutto era fermo come se fossero le immagini di una cartolina.

- “ In quella che fuggì settimana veritiera… si contò tre venerdì… allora c’era… c’era… c’era una volta… ” – ecco di nuovo quella voce che ripeteva ancora quella frase.
Era una voce di donna, ma non era quella di sua madre. Daisy questa volta riuscì a capire che era la voce di un’altra persona. Udì chiaramente la frase e il tono della voce, sebbene lieve e dolce come quello di sua madre, non era quello della sua mamma.

La catenina di oro bianco che aveva al collo si spezzò e lo zaffiro a forma di goccia cadde ai suoi piedi.
Nell’istante in cui lo zaffiro toccò il freddo pavimento di marmo una luce blue abbagliante si sprigionò dal gioiello e invase il salone. Una figuretta esile cominciò a delinearsi, sembrava uscire da dentro lo zaffiro e pian piano si ingrandì fino a diventare una bellissima donna. Lunghi capelli blue scendevano liberi sulle sue spalle, un corpetto blue aderente le fasciava la parte superiore del corpo e una corta gonna di velo dello stesso colore, che non lasciava nulla all’immaginazione, scendeva morbida sulle cosce lunghe e affusolate. I suoi occhi erano dello stesso colore dello zaffiro che era caduto a terra poco prima, le sue labbra erano piene e fresche come petali di rosa e si atteggiavano in un radioso sorriso.
Daisy rimase a bocca aperta a guardare quella apparizione. Per la giovane mente della ragazzina quella poteva solo essere una fata o qualcosa di simile.
Ed infatti la donna le rivolse uno sguardo pieno di tenerezza e disse: - Ciao Daisy, come stai adesso? Passata la malinconia? –
- Si! Un poco mi è passata. Questa sera mi sono divertita tanto… non ricordo più quand’è stata l’ultima volta che mi sono sentita così serena e felice! Ma tu chi sei? Come fai a conoscere il mio nome? – poi si rese conto che la voce della donna era simile a quella che aveva udito poco prima, la stessa voce che le aveva detto la frase con la quale iniziava le fiabe sua madre e continuò; - Dove hai sentito quella frase?… Io non ti ho mai vista a casa mia, quindi come fai a conoscere quella frase? -
- Io mi chiamo “Ethel”… sono lo zaffiro che portava al collo tua madre, quando ti raccontava le fiabe prima di uscire… sono la regina degli zaffiri e per molti anni sono stata costretta a vivere solo con la forma di una pietra… -
- Come mai? Sei stata punita per aver fatto qualcosa di male? – chiese Daisy con ingenuità.
- In effetti si! Ero troppo fredda e distaccata e la precedente regina mi disse che per riuscire a conquistare il rispetto e l’obbedienza dei miei sudditi avrei dovuto dimostrare loro che c’era del calore anche nel mio cuore, che dovevo riuscire a portare gioia e calore ad un cuore triste e solo… Quando tua madre ha ereditato la collana ero convinta di dovere aiutare lei, ma non fu così… Lei era già felice senza bisogno del mio aiuto, amava tuo padre e aveva te, ma poi lei si è ammalata e mi ha tacitamente chiesto di prendermi cura della sua bambina, che senza di lei sarebbe rimasta sola. Ma tu non venivi a prendermi e così ho pensato di chiamarti. Il solo modo che conoscevo per attirarti a me era la frase che ti diceva la tua mamma quando iniziava le fiabe. Sapevo che quella frase ti avrebbe condotta fino a me… così ho tentato, ti ho chiamata e tu sei giunta. Volevi una festa di Capodanno simile a quelle che organizzava tua madre e io ti ho accontentata. Sembra che io sia davvero riuscita a colmare il vuoto che c’era dentro il tuo cuore. Per una sera hai dimenticato la tua tristezza e hai di nuovo riso di cuore come non ti accadeva da tempo. E il fatto che io abbia potuto mostrarti il mio aspetto, diciamo umano, significa che tu adesso sei più serena.
Dopo questa festa non avremo più modo di parlarci, ma sappi che io sarò sempre accanto a te e con me ci sarà anche lo spirito della tua mamma, che ha lasciato un po’ di se dentro lo zaffiro che adesso ti appartiene. Portalo al collo sempre e ci avrai sempre accanto. Quella collana ti appartiene, così come un tempo apparteneva a tua madre. Portaci con te e non ti sentirai più sola. –
“Ethel” sorrise, poi appoggiò le sue belle labbra sulla fronte di Daisy e la baciò.
- “ Proprio come faceva la mia mamma quando mi dava la buona notte.” – pensò Daisy. _

La porta della camera dei suoi genitori si aprì. Daisy scorse a malapena la figura alta di suo padre che si avvicinava a lei.
- Daisy, tesoro! Cosa stai facendo qui tutta sola al freddo? Sono arrivato da circa un’ora e mi sono affrettato a venire in camera tua per salutarti, pensavo che stessi dormendo tranquillamente, la zia mi aveva detto che ieri sera sei salita in camera con un visino triste e sconsolato. Ed io ero venuto a dirti che sono riuscito a liberarmi dagli impegni e sono volato qui da te per passare insieme questo Capodanno… Ma quando sono entrato in camera tua ho visto il letto ancora intatto, e mi sono preoccupato, ho temuto che ti fosse accaduto qualcosa. Ti stiamo chiamando da più di mezz’ora. Ma tu non rispondevi… -
- Papà, sei davvero tu? Non sto sognando? Sei a casa? -
- Si, tesoro mio! Sono proprio io e sono qui con te!… Ma cosa hai fra le mani? -
Daisy aprì lentamente la mano e vi trovò la collana della mamma. Lo zaffiro splendeva, sembrava dire "Ricorda ciò che ti ho detto! Portami con te e non sarai mai più sola!"
- La tua mamma adorava quella collana, la portava sempre al collo. Qualche volta ho pensato che i gioielli che io le avevo regalato non le piacessero affatto, perché aveva sempre al collo quella collanina… Se ci tieni puoi tenerla tu! Ormai sei una signorina, penso che sarai capace di tenerla con te senza perderla… -
- Posso davvero tenerla? Non ti dispiace se me la vedi al collo? – chiese Daisy con un filo di voce.
- Tranquilla! Certo, qualche volta mi sembrerà strano vederla addosso a te, ma se ci tieni puoi tenerla. Sono certo che anche la mamma lo vorrebbe. – rispose suo padre guardandola negli occhi.
Stava sorridendo. Daisy non lo aveva più visto sorridere da quando la mamma si era ammalata, e adesso stava sorridendo.
Daisy si gettò fra le braccia di suo padre e lo tenne stretto. Era davvero felice che lui fosse tornato a casa per festeggiare con lei il Capodanno. In quei mesi aveva temuto che lui non l’amasse affatto, che volesse liberarsi di lei... invece il suo papà era lì. Con lei.
- Scricciola, ma tu hai passato la notte qui al freddo? Come ti è venuto in mente di farci uno scherzo simile? Per un attimo ho pensato che fossi scappata via e di averti perduta per sempre. Mi hai fatto davvero preoccupare! Nell’ultima mezz’ora mi sono sentito perduto. Senza la mia bambina cosa farei? Non farlo mai più! -
- Si, papà! Scusami, ma ieri sera mi sentivo davvero così sola… e poi ho sentito una voce che mi ha detto… -

- “ In quella che fuggì settimana veritiera… si contò tre venerdì… allora c’era… c’era… c’era una volta… ” –



Massimo Spada
Martedì 2 Settembre 2008
H: 01:29

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Personaggio creato da me in un'altra storia